Bir Tawil, meglio restare ai margini, di questa idea di società

Registrato durante il corso del 2020 tra Londra e la Francia, “In between” e’ il risultato del ri-incontro tra due musicisti migranti, Carlo H. Natoli (Erri, Gentless3, Skrunch, Blessed Child Opera etc.) e Dario De Filippo (Aiora, Le zouave Jacob, Collectif La Boheme, Guappecarto’, Skrunch etc.) da anni su palchi e in progetti condivisi e adesso di stanza rispettivamente a Londra e Fontainbleu. Missato e masterizzato al RoofTop Studio (London) da Carlo H. Natoli con la grafica e le foto di Lavinia Cascone, il disco si affianca ai testi di Alessandro De Filippo (Canecapovolto) e al lavoro in video di Giuseppe Firrincieli, tra documentario sulle terre di confine, le migrazioni e una poetica critica sociale

MIAB: “In Between” è il titolo del vostro nuovo album. Perchè proprio questo titolo ?
Bir Tawil:
È in parte uno dei titoli e delle liriche di uno dei brani del disco, forse quello più identificativo dello stato di “mezzo” in cui ci sentiamo quotidianamente, come musicisti in continua ricerca e studio fra tradizioni diverse, o come migranti economici noi stessi. Intrappolati nella terra di mezzo (in between appunto) tra avere lasciato la vecchia casa e non essere mai arrivati veramente nella nuova, di casa.

MIAB: Synth e suoni campionati oppure un sound più genuino e naturale ?
Bir Tawil:
Le due cose possono tranquillamente convivere, ci sono molti artisti, che ultimamente sono di riferimento per noi, che percorrono agilmente strade accidentate tra vecchio e nuovo. Ma non è niente di preordinato, è quello che ci viene naturale.

MIAB: Avete mai pensato di cantare in Italiano ?
Bir Tawil:
C’erano altri progetti intorno alle parti cantate di questo disco, senza sbilanciarci troppo l’idea era quella di usare un’interlingua che funzionasse idealmente dall’inghilterra all’Africa, per cui l’inglese partiva privilegiato, e poi vogliamo portare il progetto dal vivo nei posti in cui viviamo, quindi l’italiano era scomodo. C’è comunque un brano tradizionale in siciliano riarrangiato, e il dialetto funziona per il suono oltre che tematicamente. Poi entrambi nei rispettivi progetti abbiamo già usato varie lingue, italiano incluso. Al momento non pare un’opzione sensata però per Bir Tawil.

MIAB: Che cosa ne pensate della scena musicale italiana in generale ?
Bir Tawil:
Ne abbiamo fatto parte in vari contesti e a vari livelli, e ci ricordiamo di quando negli anni ‘90 e ‘00 (per fare un esempio da classifiche inglesi) gli indipendenti sfornavano dischi validi e allo stesso livello (quando non meglio) di Black Country New Road, Black Midi, Run the jewels etc. Poi certa stampa “disinteressata” ha convinto metà della scena che Sanremo in fondo non era male e marginalizzati quelli che facevano ricerca sono rimasti gli emuli di Venditti, salvo fare le capriole sulle loro webzine e riviste per i pochi dischi (bellissimi per carità) di ricerca come l’ultimo iosonouncane. Adesso la desertificazione perlomeno favorirà la nascita di progetti nuovi, si spera.

MIAB: Parlateci della copertina
Bir Tawil:
È opera di Lavinia Cascone, una foto di viaggio in nord-Africa con un lavoro calligrafico che vuole citare la polaroid. Doveva dare l’impressione di un diario a la Chatwin, e suggerire una forma di sospensione in cui inserire la nostra narrativa sulle no-man’s land. Siamo molto contenti del lavoro.

MIAB: Bir Tawil, banditi di tutto il mondo unitevi! A che cosa si riferisce questa frase ?
Bir Tawil:
Alla condizione di illegalità forzata che vivono i migranti costretti a saltare le frontiere, ma anche la nostra natura di musicisti nomadi in un contesto nazionale e internazionale che vuole cittadini stabili e rintracciabili in itinerari preordinati: meglio restare ai margini, di questa idea di società.

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